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Vittima e Carnefice: una strana coppia

Mi piace partecipare ad eventi, conferenze, incontri che si muovono un campo altro rispetto alla formazione professionale.
Mi piace condividere visioni che arrivano da mondi professionali o personali che, solo apparentemente, si presentano con un abito così diverso da una visione sistemica.
Scopro ogni volta come il linguaggio dell’anima prenda sempre più campo al di là della forma, quindi anche sotto mentite spoglie.
Una carissima amica avvocato, mi propone di partecipare ad una presentazione di un libro:
“Il libro dell’incontro” – a cura di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti, Claudia Mazzucato – ed. ilSaggiatore, a Milano presso la CAM (Camera Arbitrale di Milano).
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Dentro di me ho detto subito un grande SI, senza sapere ancora con esattezza cosa mi aspettasse. Anzi un po’ di dubbi ce li avevo a dir la verità: saranno le solite cose noiose? Mi chiedevo.
Ma la risposto chiara è arrivata subito, quando ho compreso all’apertura della conferenza, che si trattava di un incontro speciale, unico, dove confluiva un lavoro preciso, accurato, profondo, professionale, umano dove vittime e responsabili della lotta armata erano i protagonisti. Loro stessi a confronto in un’esperienza durata anni e ancora in essere, insieme cercando di ricomporre la ferita asciata aperta da quegli anni sofferti.
Scopro che ci sono dei professionisti, mediatori e personaggi del mondo della legge, vittime o familiari delle vittime, che parlano, insieme, ognuno dal proprio posto e ruolo, di vittima di colpa, di coscienza, di emozioni, di storia con un linguaggio davvero sistemico, con parole che abbracciano e includono tutto e tutti, indiscriminatamente.
Il tema: gli accadimenti della lotto armata degli anni settanta, degli “anni di piombo” da una prospettiva che ne cambia il paradigma di comprensione.
C’è chi racconta della colpa che resta nel sistema, dell’importanza della verità e della coscienza di cosa e come è accaduto, di quel ventennio dimenticato che è importante riconoscere affinché non si ripeta.
Qui, come in tante altre storie, spesso manca il volto del colpevole che non fa trovare pace ne’ alle vittime ne’ ai responsabili stessi. Resta viva, senza mai riposare, una memoria collettiva, della società che si allarga a macchia d’olio, un conflitto interno in attesa che la storia venga onorata e lasciata andare.
Un conflitto quello tra vittima e carnefice che viene spesso affrontato da soli, in due fazioni l’una contro l’altra, senza considerare che quella storia, così come è stata, è fatta da una pluralità, da un sistema dove i singoli insieme hanno contribuito affinché quella storia e non un’altra si realizzasse.
Quante volte interiormente vorremmo uccidere il nemico? Quante volte viene esso stesso tenuto a distanza o preso da un giudizio implicito? Quante volte il dialogo viene sostituito dalla separazione?
Vittima e carnefice sono e restano comunque parti di qualcosa di comune.
Come dice Confucio “Prima di intraprendere la strada della vendetta, scavate due tombe.” Una per il nemico, una per te stesso.

Il debito di giustizia è ben al di là di cosa avviene nell’aula di un tribunale.
Resta come congelato nel tempo perché non si lascia mai andare bensì anche dopo anni si ricorda sempre quell’istante della strage, anche solo passando dal luogo dell’accadimento.
Restando cristallizzati a quel momento resta odio e rancore, tempi putrefattivi che non cambieranno mai.

Riconoscendo e facendo incontrare vittima e carnefice, il tempo allora può riprendere a scorrere, anziché giustizia chiedo riconoscimento, guardo il volto dell’altro.
In questo movimento si riconosce ciò che è stato, si lascia andare quell’immagine, quelle emozioni, a quel tempo. Così la vita continua a scorrere, nel riconoscimento del passato , nell’onore del presente e nella gratitudine del futuro.

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